Questa volta gli arrampicatori asociali si allargano, diventano quattro, decidono di portare in quota nientepopodimeno che le rispettive consorti, sarà un azzardo?
La scelta cade, in una bellissima giornata di ottobre, su una cima faticosa ma priva di difficoltà tecniche, il monte Cornacchia nel PNALM.
Raggiungiamo verso le 8.30 il punto di partenza della "spedizione" lasciando la macchina poco dopo la Madonna della Lanna sulla strada che da Villavallelonga si inoltra verso Prati d'Angro.
La temperatura è rigida, il cielo terso, il morale alto.
Ci avviamo verso le 9 con buona lena sulla carrozzabile che conduce alla Fonte Astuni, ignoriamo il cartello che al bivio suggerisce di girare a sinistra per il Rifugio Coppo dell'orso e proseguiamo verso la fonte che raggiungiamo in una ventina di minuti.
L'acqua è fresca mentre la temperatura inizia a salire, per l'insolazione e perché i nostri corpi iniziano a produrre calore.
Da qui il sentiero si inerpica, comodo e ben segnato, nel bosco che l'autunno ha rivestito dei colori più vari e cangianti; qualche tratto è un po' ripido ma il sentiero è ben segnato e supera le pendenze più impegnative con sapienti serpentine.
Le consorti non sono allenatissime, almeno non quanto noi, ma si difendono bene; ogni tanto ci si ferma, per riprendere fiato e mangiare un po' di frutta secca; qualche sorso di integratore e si riparte.
Il bosco man mano che si sale cambia aspetto, gli alberi sono più bassi e cominciano a diradarsi, il sole fa capolino, si scalda, le felpe finiscono nello zaino; finalmente si esce su una cresta panoramica da cui si apprezza la Maiella innevata, il gruppo del Gransasso, un ultimo sforzo e da dietro un svolta ci saluta il tetto appuntito del piccolo caratteristico rifugio Coppo dell'Orso.
Siamo a quota 1867, abbiamo fatto quasi 800 metri di dislivello e le ragazze sembrano stanche ma non dome (quando mai?).
Al rifugio ci accoglie un escursionista, Franco, che col suo enorme zaino conta di rimanere a dormire in quota per la notte, non al rifugio però, che è chiuso, ma su un picco che ci indica e di cui neanche lui sa il nome in direzione delle Mainarde; ne dovrà mangiare di creste fino ad accamparsi questa sera.
Confessiamo che l'idea era che CArla e Filomena (di seguito per brevità chiamatr "mogli")i, paghe di aver raggiunto il rifugio, rimanessero qui un paio d'ore ad aspettarci mentre noi, appenninisti incalliti, facevamo una scappata fino al monte Cornacchia, magari cogli zaini un po' alleggeriti ma… l'uomo propone e la donna dispone; quindi… decidono di venire con noi sul Cornacchia.
Possiamo decidere se seguire le creste in direzione di Monte Tre confini o un sentiero che taglia a mezza costa subito a destra del rifugio; prendiamo questa seconda via.
Raggiunta una sella pieghiamo a sinistra in direzione dei Tre confini ma il sentiero è invisibile e qui ci si orienta poco tra tutte queste cime molto simili l'una all'altra quindi finiamo per dirigerci verso la cresta puntando ad una sella prima dei Tre confini dove, in lontananza, vediamo procedere Franco che è partito dopo di noi col suo enorme zaino, ma a questo punto ci precede e non di poco.
Sotto il monte Tre confini prendiamo un sentiero che taglia a mezza costa e raggiungiamo la cresta a saliscendi del Cornacchia dove il sentiero è poco evidente ma c'è, e comunque non ci si può sbagliare.
I tratti fuori sentiero, su sassi e roccette stancano le caviglie e tagliano le gambe, i saliscendi della cresta sembrano non finire mai e le donne cominciano ad accusare qualche problemino muscolare.
Si fermano un paio di cimette prima del Cornacchia, basta, non ne vogliono più sapere; noi raggiungiamo la vetta e su cui invece della croce è stato piazzato un punto trigonometrico e da cui il panorama spazia sugli Ernici, sui Simbruini, Il Gransasso in lonatananza, la Maiella leggermente innevata fa da sfondo akke numerose vette del Parco e poi i Marsicani, le Mainarde....
Breve sosta e torniamo dalle mogli, insieme consumiamo un leggero pranzo e un pocket coffe di prammatica.
Il ritorno è un po' difficoltoso, le mogli sono stanche e doloranti, cerchiamo di seguire il sentiero che salta la maggior parte dei saliscendi e che dovrebbe andare ad intercettare la deviazione che avevamo imboccato all'andata subito dopo il rifugio ma all'ultimo, temendo di perdere troppa quota decidiamo di intercettare nuovamente la cresta da sopra la quale avvistiamo il rifugio che raggiungiamo in discesa su comodo sentiero.
Altra pausa, siamo in ritardo sulla tabella di marcia ma abbiamo le lampade frontali e quindi se sarà necessario avremo luce fino all'auto.
Scendiamo lentamente nel bosco mentre cala la sera regalandoci uno spettacolo di colori che col crepuscolo si fanno sempre più vivi.
Siamo ancora a 1400 metri di quota quando il buio ci impone l'uso delle lampade, non siamo preoccupati, ci capita spesso e la nostra tranquillità evidentemente si trasmette anche a Carla e Filomena che pur non essendo abituate non sembrano troppo spaventate da questo archetipo di tutte le umane paure: la "selva oscura".
Lentamente raggiungiamo la fonte e sulla comoda carrozzabile si procede spediti.
A un tratto spegnendo le luci per qualche minuto ci fermiamo a guardare il cielo stellato, si vede una quantità di stelle incredibile e anche la Via Lattea si apprezza ad occhio nudo; in città tutto questo non esiste.
Siamo all'auto che sono circa le 20 e solo per motivi logistici dobbiamo rinunciare ad un terzo tempo in trattoria, altra tradizione che in genere rispettiamo senza farci pregare.
Sarà per un'altra volta.
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